Cos’è la pedalata rotonda?

La pedalata rotonda è uno di quegli aspetti del ciclismo di cui spesso si sente parlare ma di cui pochi sanno realmente di cosa si tratta. Si contrappone per antonomasia alla “pedalata a stantuffo” e dovrebbe differenziarsi da essa per il fatto che l’erogazione della potenza si distribuisce in maniera più uniforme tra tutte le fasi della pedalata; infatti, oltre alla classica fase di spinta si dovrebbe esercitare anche un’azione di trazione sul pedale in fase di recupero. Inoltre andrebbero anche considerate le fasi di transizione, ovvero quando la pedivella si trova nel punto morto superiore e nel punto morto inferiore; in queste fasi la forza applicata dovrebbe essere sempre perpendicolare all’asse della pedivella (ovvero bisognerebbe tirare indietro al punto morto inferiore e spingere avanti al punto morto superiore).

pedalata rotonda

Esiste davvero la pedalata rotonda? Cosa ci dice la letteratura.

La pedalata illustrata poc’anzi è una pedalata ideale in cui in ogni istante la forza applicata è tangenziale alla circonferenza descritta dal pedale, ovvero sempre perpendicolare all’asse della pedivella. Questo significherebbe che tutta la forza applicata viene impiegata per la propulsione (al netto degli attriti meccanici), mentre la realtà è ben diversa.

Durante la pedalata la forza impressa sul pedale varia non solo come intensità, ma anche e soprattutto come direzione. Per queste ragioni la forza applicata va scomposta in componente verticale e componente orizzontale; la prima è quella che effettivamente viene impiegata nella propulsione del mezzo, mentre la seconda viene dispersa.

In una pedalata “rotonda” ideale l’efficacia della pedalata, ovvero il rapporto tra la forza applicata e quella realmente propulsiva (perpendicolare all’asse della pedivella) è uguale ad 1; nella realtà invece questo valore si assesta tra 0,4 e 0,6, ovvero la forza che realmente contribuisce alla propulsione della bicicletta è circa il 40-60% della forza che noi imprimiamo sui pedali. Ma bisogna fare un’altra considerazione: se noi scindiamo la fase di spinta da quella di recupero possiamo osservare che nella prima abbiamo valori molto alti di efficacia di pedalata (quasi tutta la forza che imprimiamo sul pedale viene impiegata per muovere la bicicletta), mentre nella seconda abbiamo valori di efficacia di pedalata negativi. Questo significa che nella fase di recupero spesso applichiamo una forza opposta al movimento della pedivella. Ridurre questa componente, ovvero la forza contraria al movimento della pedivella nella fase di recupero, è la chiave per migliorare la nostra efficacia di pedalata.

Quindi bisogna tirare nella fase di recupero?

Non esattamente. Abbiamo visto come sia importante minimizzare la forza contraria al movimento della pedivella nella fase di recupero, ma esercitare una forza di trazione verso l’alto potrebbe essere controproducente. Da una parte migliorerebbe l’efficacia della pedalata, aumentando la forza realmente propulsiva nella fase di recupero, tuttavia richiederebbe un dispendio energetico molto elevato, andando a ridurre in maniera significativa l’efficienza della pedalata.

Quindi ciò che dobbiamo tenere a mente è che nella fase di recupero bisogna assecondare il naturale movimento della pedivella. Per fare questo può essere utile pensare di togliere il peso dell’arto inferiore dal pedale, pensando non tanto di tirare verso l’alto con il piede, ma piuttosto di portare il ginocchio verso il petto. Questa immagine motoria contribuisce all’attivazione dei muscoli flessori d’anca (in particolare l’ileopsoas), innescando il giusto pattern motorio di pedalata.